lunedì 1 luglio 2013

Il Signore Delle Anime di Irene Nemirovsky - Recensione

Dopo essere stato nelle sue mani, dottore, nessuno può più affermare di essere padrone della propria anima» dirà un giorno a Dario Asfar il ricchissimo finanziere Wardes, affidandosi ancora una volta alle cure di quel medico ambiguo quanto fascinoso. A Parigi c’è chi lo accusa di sfruttare la credulità del prossimo. Eppure, nella sua sala d’aspetto continuano a fare la fila le signore della buona società, ansiose di sottoporsi al suo «metodo» – una sorta di psicoanalisi annacquata a uso mondano – per guarire da mali molto spesso immaginari. Del resto, se il dottor Asfar è riuscito a diventare ricco e celebre, è proprio perché, nel momento in cui stava per arrendersi alla miseria e all’emarginazione, ha capito che «queste malattie nervose, queste turbe psichiche, queste inspiegabili fobie, che di certo nessun dottore saprebbe guarire, rappresentano un campo di ampio, illimitato successo». Certo, è dovuto scendere a compromessi talvolta ignobili con la propria coscienza; e ha finito – lui, il «meteco», il «medicastro» malvestito, che, giunto da uno di quei porti dell’Oriente che formicolano di commerci di ogni genere, sognava di trovare in Occidente il proprio riscatto – per non tirarsi indietro di fronte a nessuna richiesta, neanche la più scellerata. Non poteva, e non solo perché aveva una moglie e un figlio da mantenere: ma perché era anche lui un «lupo affamato». «Discendo da una stirpe levantina, oscura» racconta Dario a una di quelle belle signore eleganti che da piccolo gli facevano palpitare il cuore (e di molte farà le sue amanti, collezionandole con «cupa bramosia»). E conclude amaro: «Io credo che esista una fatalità, una maledizione: sono destinato da sempre a essere un mascalzone, un ciarlatano. Non si sfugge al proprio destino



a cura di F.P.

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