lunedì 15 luglio 2013

Mio SIgnore, Mio Carnerfice di Hanan al-Shaykh - Recensione

Difficile per Zahra, giovane libanese, volersi bene quando i primi a non darle affetto sono stati i genitori: il padre, severo e inflessibile, sempre pronto a biasimarla, e la madre, che per anni si è servita di lei, bambina, per coprire i suoi incontri clandestini con l’amante. Difficile per lei amare il proprio corpo e provare piacere quando quel corpo è stato usato e poi abbandonato e ora fa di lei una donna “immorale”. Stretta in una morsa tra la famiglia soffocante e un matrimonio sbagliato che non le ha aperto la tanto sperata via di fuga, Zahra trova se stessa e la libertà nella Beirut devastata dalla guerra civile. E questo grazie all’incontro con un cecchino, uno degli uomini senza volto che dall’alto dei tetti decidono in maniera arbitraria dei destini altrui. È nel rapporto con quel “dio della morte” che Zahra riscopre paradossalmente la vita. È in quella relazione clandestina, iniziata come violenza e continuata come ossessione irrinunciabile, che conosce l’amore e la speranza nel futuro. Ma potrà essere solo una pace fragile, segnata com’è dal senso di colpa e dall’incubo dei tempi. Attraverso la sua protagonista, emblema di ogni donna oppressa ma anche di ogni vittima della follia della guerra, Hanan al-Shaykh ci regala un ritratto indimenticabile dell’innocenza distrutta dalla violenza.

a cura di A.S.

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