venerdì 15 marzo 2013

Il Ballo di Irène Némirovsky - Recensione

Sballottato tra lavoro e università, amicizie e amanti (non così tante, purtroppo!), il racconto breve “Il ballo”, di Irene Nèmirovsky,  mi si è presentato come un interessante scritto che ha risposto abbastanza positivamente alle mie attuali esigenze letterarie. Necessitavo infatti di una lettura semplice, veloce ma non dozzinale, da poter incastrare nelle ore d’attesa dei mezzi di trasporto: una tranquilla ma significativa opera da viaggio in treno.
Diamo uno sguardo alla trama: il ballo ha differenti significati per i personaggi principali del racconto. I coniugi Kampf, ebrei  di umilissime origini, cercano di tagliare i ponti con il loro passato inglorioso, insabbiare la miseria che aveva circondato la loro esistenza fino a poco tempo prima, ed inserirsi finalmente, forti del denaro improvvisamente guadagnato in seguito a speculazioni in borsa, nella società francese “da bene”. L’ingresso nell’alta società è il coronamento del sogno di Alfred e Rosine Kampf: il primo può fare affari e finalmente rapportarsi da pari con baroni e marchesi,  coloro ai quali apriva le porte della banca, quando in passato ha iniziato come usciere; la seconda, invece, finalmente inizierà a vivere: l’organizzazione di un ballo è quello che ci vuole per mostrarsi  come bellissima donna (nonostante le rughe iniziano a solcare il suo volto), invidiata dalle invitate e desiderata dagli uomini…e, chissà, magari riuscirà ad accalappiarsi un amante. 
Tra i due si inserisce la figlia quattordicenne Antoinette. Tipica adolescente  in conflitto con i genitori, ed in particolare con la madre, che la vede già come una minaccia sessuale  e la spinge indietro al ruolo di bambina, consegnandola alla cura di un’istitutrice inglese e imponendole di andare a dormire ogni sera alle 21:00. La giovane non può non sognare il ballo, l’evento mondano cui non ha mai partecipato, non può non desiderare l’amore, un futuro fidanzato, una via di fuga dall’odiosa vita routinaria che possa permetterle di raggiungere, finalmente, la felicità. L’opposizione dei genitori alle sue richieste di partecipare al ballo la spingeranno verso una fredda, giusta, vendetta.
Ad una lettura superficiale “Il ballo” potrebbe rassomigliare ad un racconto per ragazzine, uno dei tanti. Tuttavia molti sono i fattori che fanno rivalutare la breve opera. La prima edizione risale al 1928: stupisce quindi la contemporaneità dell’autrice, sia nel modo di trattare il tema sia nel linguaggio utilizzato, piacevolmente scorrevole, rapido, essenziale.
In secondo luogo dietro l’organizzazione del ballo si nasconde una descrizione fredda, razionale, cruda della società francese di inizio ‘900: una società capitalistica e avara, deviata, “di papponi e mignotte”, in cui l’unico punto di riferimento è il denaro, dio capriccioso e volubile, che appare  e scompare improvvisamente, rendendo immediatamente ricchi o spingendo inesorabilmente verso la povertà più bassa.  Di qui la critica al popolo ebreo, rappresentato come accumulatore indefesso di ricchezze.
E, ancora, psicologicamente rilevante è l’analisi del rapporto madre-figlia, un rapporto di odio e rivalità aperta, specie dal punto sessuale, non tanto per ottenere i favori (come Freud insegna nell’analisi del complesso di Edipo) del marito-padre, odiato da Antoinette al pari della madre, quanto addirittura per primeggiare in bellezza agli occhi di tutti gli uomini.
Insomma, l’allora venticinquenne Némirovski si fa strada, con “Il ballo”, a temi  fortemente autobiografici, che saranno il cardine delle sue opere principali, come “Il signore delle anime”, “Il vino della solitudine”, “David Golder”  e l’ultimo, incompiuto “Suite Francese”.
 Personalmente “Il ballo” mi ha fatto incuriosire di quest’autrice che non conoscevo, anche per la storia di cui è portatrice. Le sue opere solo di recente stanno vedendo una nuova nascita, colpa dell’ostracismo che ha subito, ai suoi tempi, a causa del nazismo:  ucraina di origine, francese d’adozione ed ebrea,  la sua conversione al cattolicesimo nel 1939 non le è valsa la salvezza, infatti morirà ad Auschwitz nel 1942. Interessante anche l’apparente contraddizione:  da ebrea, dà una rappresentazione pessima del suo popolo, quando invece siamo abituati ad una letteratura  filoebrea: ancora, per comprendere il suo punto di vista, si rimanda alla storia personale dell’autrice.
“Il ballo” è, infine, una lettura che consiglio perché tratta magistralmente temi importanti usando uno stile semplice, chiaro e conciso. E Irène Némirovsky è senz’altro un’autrice da conoscere, approfondire, vivere.

Recensione a cura di Carmine Panico

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