venerdì 15 marzo 2013

Il Dottor Zivago di Boris Pasternak - Recensione

Con delicata e diffusa patina poetica, Pasternàk ci offre nel suo capolavoro una visione disincantata della guerra, che fa da sottofondo costante al susseguirsi delle vicende dei protagonisti della narrazione.
Il dottor Zivago non è propriamente un eroe del suo tempo, egli non partecipa entusiasticamente al rinnovamento dell’intera Russia, ma piuttosto ne resta invischiato, dove nel pieno della Rivoluzione d’Ottobre fermentano i furori bolscevichi dell’Armata Rossa e dell’Armata bianca, e la  Madre Russia pullula di “compagni” e partigiani che si autoproclamano eroi, ingannando in tal modo se stessi e gli altri, in quanto agiscono in realtà da spietati aguzzini. Ed è in questa tragica cornice che il vincitore del Premio Nobel per la letteratura (1958), Boris Pasternàk, tesse il filo dei destini di Zivago e Lara, destinati ad innamorarsi in un accampamento e a contrapporre l’azione salvifica della cura medica alla forza devastante della guerra civile. Le forme d’amore concepite da Pasternàk vanno oltre la morale convenzionale: Zivago e Lara si amano pur restando fedeli in qualche modo ai loro rispettivi consorti, sempre a metà tra il pentimento per aver ceduto e l’abbandono alla passione dirompente. Il loro amore non sostituisce quello che Zivago prova per Tonja e Lara per Antipov, ma convive con i legami precedenti, ricordati con nobile rimpianto e religioso rispetto. I due vivranno la breve illusione di creare insieme una nuova famiglia, credendo di poter fingere, finchè sono insieme, di essere salvi da bombardamenti e catture. Komarovskij, il loro demone comune, li risveglia dal loro sogno d’amore e l’orgoglio di Zivago li separerà per sempre. Zivago è destinato a vivere a metà, a metà tra il passato e il presente, tra il lavoro e la guerra, a metà tra Tonja e Lara, tra Mosca e Varykino, è un uomo destinato all’eterna sospensione. Non a caso forma tre famiglie, non riuscendo a vivere stabilmente in nessuno dei suoi nidi coniugali; si sente costretto alla fuga da un matrimonio che, sebbene felice, non basta a dare voce e spazio a tutte le forme di espressione della sua disperata voglia di amare. Zivago combatte la guerra non con le armi della violenza sopraffattrice, bensì con le armi della poesia intimista e della sua attività di medico. Egli si fa cantore del suo amore per Lara, unico rifugio dall’orrore della guerra civile, tuttavia ciò non basterà a salvarlo dal decadimento. “Tu ed io siamo come i due primi uomini, Adamo ed Eva, i quali non avevano nulla per coprirsi al principio del mondo; ora, alla sua fine, siamo egualmente spogli e senza tetto. Noi due siamo l’ultimo ricordo di ciò che è stato creato al mondo di incommensurabilmente grande nelle molte migliaia di anni intercorse tra loro e noi, ed è in memoria di tali prodigi scomparsi che noi respiriamo e amiamo, e piangiamo, e ci attacchiamo l’uno all’altra, stringendoci”.
Forse questo libro insegna più di altri quanto la guerra non produca eroi, ma solo vittime della sua beffa distruttrice.

Recensione a cura di Sonia Gallo

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