giovedì 14 marzo 2013

Van Gogh Il Suicidato della Società di Antonin Artaud - Recensione


Artaud è reduce dall'internato ad Ivry, siamo in Francia, 1945, gli anni passati nel manicomio hanno esacerbato lo spirito traboccante dello scrittore, che dopo il viaggio in Messico nel 1936 non era mai stato più lo stesso. 
 Egli si scaglia con tutta la sua veemenza contro la società, rea a suo dire di aver inventato la psichiatria per: "difendersi dalle investigazioni di certe lucide menti superiori le cui facoltà divinatorie la infastidivano". 
 E Van Gogh è uno di questi uomini, un alienato autentico, che ha preferito diventare pazzo piuttosto che sottomettersi a questa idea malata della società, e prima di lui tanti altri, citati dallo stesso Artaud come simbolo della decadenza moderna: Nietzsche, Nerval, Poe. 
 La certezza di Artaud è: "che Van Gogh era giunto a quello stadio d'illuminazione in cui il pensiero in disordine rifluisce davanti alle scariche invadenti e in cui pensare non è più logorarsi e non è più.".
 L'affresco, è il caso di dirlo, che ci offre lo scrittore francese è quanto mai lucido, di una lucidità sconvolgente, le descrizioni dei quadri sembrano quasi prendere forma e vita davanti ai nostri occhi, la potenza delle sue parole è sconcertante, dobbiamo credergli quando è lui stesso a dire: "Ci sono giorni in cui il cuore sente in modo così terribile di non avere vie d'uscita, che ne riceve come una bastonata in testa, quest'idea di non poterne più venire fuori.
 Per Artaud Van Gogh è il più pittore dei pittori, colui che senza superare i mezzi della pittura, ha addirittura riscritto i cardini della percezione della natura e del mondo, giungendo ad uno stato ante rem della cosa, riprende Bataille anche per il senso di “festa occulta” che emana dalle tele del pittore, appartiene al “prima” di ciò che comunemente va sotto l’equivoco e conformista nome di anima. Infatti – egli scrive – "non è forse la storia intera di ciò che un tempo è stato definito l’anima a vivere e a morire nei suoi paesaggi convulsi e nei suoi fiori?".
 La verita torrida del sole a mezzogiorno, ecco l'intuizione del "francese pazzo", il quale approfondisce ciò che Bataille aveva scritto già di Van Gogh, cogliendone forse più profondamente il dramma esistenziale, vivendo su di sè ciò che il pittore olandese aveva dovuto subire, vittima della sua grandezza: "strappare il fatto di vivere all'idea di esistere, perchè tutto può esistere, senza darsi il fastidio (come Van Gogh) displendere e sfolgorare."

Recensione a cura di I. R.

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