lunedì 8 aprile 2013

Il Grande Gatsby di F.Scott Fitzgerald - Recensione

Classico della letteratura americana, “Il grande Gatsby” ci proietta in una New York degli anni ’20 che sta iniziando a scoprirsi attraente, pulsante, viva, ma, al contempo, superficiale e mondana. Ed è in una zona specifica, il West Egg, a sud di Long Island, che risiere il misterioso Gatsby nella sua magnifica villa con spiaggia privata.


Di lui si sa poco o nulla, e molte voci circolano sulle sue origini, sui suoi soldi: c’è chi afferma, ma non tanto convinto, che ha studiato nella prestigiosa università di Oxford, c’è chi dice che ha commesso un omicidio…Del resto, il grande uomo, arricchitosi chissà come, non fa nulla per eliminare queste dicerie, alimentate come un fuoco dalla gente “da bene” che frequenta più che assiduamente le sue sfarzosissime feste, i suoi opulenti balli di gala, le sue “intime” soirée. Anzi, sembra quasi assecondare questo alone di mistero, come quando, a più riprese, durante la storia, fornisce false verità al suo giovane, squattrinato amico e vicino di casa, Nick Carraway.  Quest’ultimo, proveniente dal Midwest, ragazzo di periferia che vuole far soldi giocando in borsa e vendendo azioni, non può che essere il narratore perfetto della storia: con estraneità osserva il modus faciendi tipico della moderna aristocrazia cittadina, i vizi del ciarlare, del bere, dell’adulterio non nascosto, anzi quasi ostentato (ove l’ostentazione è una chiave di volta principale dell’intero racconto), di Tom Buchanam, il marito razzista, il rozzo e bruto giocatore di football, di Daisy, sua cugina di secondo grado; sarà l’unico al quale Gatsby realmente si avvicina, il solo e ultimo amico che gli resta vicino durante l’intera vicenda. 

Neppure egli  saprà mai chi è in realtà Gatsby, se non a fine romanzo; e resta sconvolto, stranito dalle frequentazioni abituali dell’uomo  misterioso, come l’avaro, furbo ebreo Wolfsheim (che falsò il campionato di baseball del 1919 perché “ne ha visto la possibilità”); avvolto ma non trascinato da quel turbine in costante movimento che è la New York dei ricchi, moto che non riduce tuttavia un senso di solitudine palpabile nell’aria della città; celato, pressato dalla personalità stravagante dell’uomo dall’autovettura color crema (le sue stesse peripezie personali cozzano con l’evoluzione  della relazione tra Carraway e la famosa giocatrice di golf Jordan Baker, togliendole spazio; inoltre gli faranno anche dimenticare il suo compleanno). 

Ma è veramente Grande, Jay Gatsby? Man mano che la  storia procede vediamo come sfarzo, gloria, potere, ricchezza sono orpelli, decorazioni, apparenze, luce per attirare le lucciole, anzi, l’unica lucciola di cui l’uomo è veramente innamorato. Proprio Daisy Buchanam. Si scopre quindi che un giovane Gatsby, all’epoca ancora James Gatz, un militare in carriera di umilissime origini, si era innamorato, anni addietro, della fascinante, giovane, bella e nobile Daisy. Le feste ora son un pretesto per rincontrarla (ma la donna non parteciperà mai a nessuna di queste), per rivivere il loro amore, per ritornare insieme dopo i lunghi anni, contati dal protagonista con l’angoscia e l’ansia tipica dell’innamorato. E quasi sembra che l’incontro (organizzato proprio grazie a Carraway) e le parole di Gatsby possano far rievocare in Daisy l’antico amore, ma ancora il timore di rivelazioni di azioni misteriose e non narrabili riportano indietro la donna, frantumando il sogno di cui Gatz si era alimentato, la folle, appassionata idea che aveva fatto nascere Jay Gatsby.  Il Grande Gatsby, diventato Grande per il cieco, imperituro amore, si frantuma, e l’esito finale delle sue vicende lascia un’amara consapevolezza della fragilità della costruzione della sua figura, della superficialità delle sue “amicizie”, dell’ipocrisia e indifferenza degli assidui frequentatori della sua opulenta casa, della sua solitudine.

L’opera non può non acquistare nuovo vigore e nuovo interesse per i curiosi lettori, ora che è ritornata in auge, in questa generazione, grazie alla quinta trasposizione cinematografica del 2013 (regia di  Baz Luhrmann, con Leonardo di Caprio nel ruolo di protagonista). È uno dei libri che non può mancare sulle proprie mensole, nel quale Fitzgerald, quasi accomunato al destino del suo personaggio - vivendo di uno straordinario successo per poi morire dimenticato nel 1940 - ha saputo magistralmente descrivere e immortalare l’emergente New York del tempo. È ne “Il grande Gatsby” che il fascino della Grande Mela viene per la prima volta immortalato, con le sue contraddizioni ed estremizzazioni eccellentemente descritte nell’arco di un’afosa estate; un fascino che riecheggia tuttora,  rendendo l’opera un classico costantemente moderno.

a cura di Carmine Panico

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