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venerdì 26 aprile 2013

Eliogabalo di Antonin Artaud - Recensione


Per scrivere questo romanzo storico particolarissimo, Antonin Artaud, poeta e drammaturgo dalla vita tormentata, si avvalse di fonti diverse e opere di erudizione varie – da Filostrato a Lampridio – e della volontà precisa, tutta sua, di mettere in luce in maniera preponderante il tema metafisico della contrapposizione fra principio maschile e principio femminile, nutrendolo di figure costanti: l'oro, il sangue, la pietra, lo sperma quali mezzi di suggestione... Ne nacque una storia che si delinea come intrisa di erotismo ed esoterismo, di storia e fantasia: tutti argomenti cari ad Artaud. Una rievocazione storica dal forte impatto religioso, ambientata in Siria, una terra descritta come l'effigie vivente di una mescolanza di culti: luna, sole, uomo, donna... all'insegna di un paganesimo idolatrico che stupisce gli occidentali. A tal proposito si sviluppa nel romanzo la critica di Artaud al nostro comune senso religioso. A quei cristiani che immagina accusare i culti pagani di Siria per la confusione fra immagini e princìpi che sembra pervaderli, Artaud risponde con una delle sue provocazioni: non è forse lo stesso anche per la religione cristiana? non abbiamo anche noi le nostre effigi? E non si è messo forse al posto della conoscenza il misticismo? Le religioni antiche, secondo Artaud, non hanno separato il cielo dall'uomo, l'uomo dalla creazione intera. Solo in seguito, «il cattolicesimo e il buddhismo hanno volontariamente chiuso questa porta, dicendoci che non avevamo bisogno di sapere. Io ritengo che non abbiamo bisogno che di sapere».
Platone parlò della natura degli dèi, identificandoli con dei princìpi. È il popolo ad aver voluto attribuire le figurazioni antropomorfiche, dimenticando tale nozione. Andando oltre questa affermazione, Artaud giunge a sostenere che i princìpi non possono nemmeno bastare a se stessi: «non valgono che per lo spirito che pensa, ma al di fuori dello spirito che pensa, un principio si riduce a niente». Al di sopra di tutti i princìpi individua inoltre il principio maschile e quello femminile, ai quali è sospesa la vita cosmica unica. Per Artaud, considerare solo la contrapposizione fra di essi, insistere nel separarli nettamente, non può che portare a vederli prima o poi ricondurre ad un antagonismo che è loro intrinseco e poi a volerli controbilanciare, provocandone una fusione. Questo fine si può perseguire unicamente con l'uso delle armi, del sangue e della guerra. «Eliogabalo realizzò in se stesso l'identità dei contrari, ma non senza fatica bensì attraverso una lotta ostinata e astratta fra il Maschile e il Femminile».
Questi, dunque, i temi portanti del romanzo, insieme alle contraddizioni di ogni uomo, che sono quelle della stessa civiltà moderna, l'appello reiterato ai princìpi, l'accusa rivolta ad una cultura (quella occidentale) troppo sicura di sé, in un'epoca di dramma storico-politico che è quello del periodo in cui viene scrittoHéliogabale (apparso nel 1934). Ma è, Héliogabale, pur attraverso la convenzione storico-figurale, l'uso di maschere ed emblemi, anche un romanzo con una forte proiezione autobiografica. Eliogabalo un po' come Artaud: l'uno anarchico e in rivolta generale, critico contro un'intera civiltà istituzionalizzata (l'impero romano), l'altro abitato perennemente da una profonda inquietudine, dalla ricerca dell'assoluto oppure rien, niente. Ambedue oggetto di uno smacco nella vita, della decadenza e delle catastrofe.
Artaud tratta i molteplici argomenti che gli sono cari sottoponendoli allo sviluppo di teoremi, prima illustrati poi confutati, in una continua, e per il lettore stimolante, rottura degli equilibri.
Nato nell'anno 204 dalla famiglia del sacerdote Bassiano, Eliogabalo (che prenderà questo nome solo in seguito) è figlio di Giulia Soemia, a sua volta figlia di Bassiano. Siamo ad Antiochia, durante il regno di Caracalla. Il principe siriano cresce attorniato da donne, la madre, la nonna, le zie, in un'epoca in cui «tutti fornicavano con tutti né si saprà mai dove e da chi fu realmente fecondata sua madre». A cinque anni Eliogabalo viene nominato sacerdote del Sole, il culto praticato nel regno d'Emath e basato sulla deificazione del principio virile; vive nel tempio di Emesa (oggi Homs), gli si fanno compiere dei riti che non comprende, ma che lo divertono, gli si fanno indossare vesti preziose... La sua bellezza è sorprendente e va di pari passo con una spiccata intelligenza ed uno sviluppo precoce che lo porta a capire fin da ragazzo l'importanza di ciò che sente come senso d'unità. Dimostrerà un vero accanimento a far dimenticare la sua famiglia e il suo nome in quanto soggetti umani e a identificarsi col dio che li copre e che essi rappresentano. Intenderà col suo operato «ridurre la molteplicità umana e ricondurla col sangue, la crudeltà, la guerra fino al sentimento dell'unità».
Nel 217, non ancora quattordicenne, Eliogabalo è dunque un ragazzo dalla perfetta bellezza, un efebo che saprà usare il suo fascino per gli scopi che saranno utili al suo regno. Infatti, succeduto a Caracalla l'inetto Macrino quale Re di Roma, il piano escogitato da Giulia Mesa (nonna di Eliogabalo, poiché madre di Giulia Soemia) per far tornare sul trono i Bassianidi va in porto ed Eliogabalo è acclamato imperatore.
Per ottenere questo e vincere la battaglia contro le coorti di Macrino, Giulia Mesa è stata capace di convincere i soldati siriani, portandoli dalla parte sua e del nipote e giocando l'arma della lusinga in un momento di sostanziale anarchia, con Macrino a Roma, abbandonato alle mollezze e per nulla occupato dalle faccende della Siria. La battaglia contro Macrino è l'unico episodio militare, l'unica occasione della vita in cui Eliogabalo dia prova di vigore, secondo gli storici. Per il resto il nuovo re è più che mai dedito ai riti del Tempio, alle cerimonie del sole, insegnatili dall'amato precettore eunuco Gannys, il previdente, il sagace. (E per far da contrappeso alla serietà di quest'ultimo, Eliogabalo ha come amico il grottesco Eutichiano, il buffone, altro eunuco messogli a fianco dalla nonna Giulia Mesa).
Si può quindi dire che Eliogabalo è una sorta di re fantoccio, ci si serve di lui, tutti lavorando per lui, o fingendo di farlo, come la zia Giulia Mamea, la quale in realtà complotta preparando il futuro al proprio figlio Alessandro Severo, perché diventi il prossimo imperatore.
Ma in realtà, sostiene Artaud, Eliogabalo sa lavorare anche per se stesso; «compreso tutto l'intrigo – aiutato da Gannys – si propone di approfittarne». Da tutti questi riti, dalla conoscenza di nomi e di simboli, di forze e di dèi Eliogabalo trae il suo orgoglio di re, ma anche – avverte Artaud – «nel suo organismo infantile una confusione e un'angoscia che non si fermeranno più».
Eliogabalo, comparso storicamente in un periodo d'anarchia, finisce così con l'identificarsi nel suo dio, un dio unico che è il sole e viene preso da questo magnetismo dei contrari: da un lato il dio, dall'altro l'uomo. Eliogabalo è un anarchico nato, che mal sopporta la corona e l'ordine, ma prima di tutto è anarchico verso se stesso e contro se stesso. Incoronato alla fine del 217 (e le celebrazioni continueranno fino alla primavera dell'anno seguente) Eliogabalo trascorre l'inverno a Nicomedia, dove inizia – così afferma lo storico del tempo Lampridio – a dedicarsi al vizio e alla lussuria comportandosi in maniera definita «disgustosa, ammettendo gli uomini a un reciproco commercio di turpitudini». Entra in Roma una mattina di marzo del 218; davanti a lui, su un immenso carro basso, trascinato da trecento tori e preceduto da altrettante fanciulle dai seni scoperti, è stato posto il Fallo Sacro del tempio di Emesa, il fallo solare, entro una gabbia monumentale. Entra in Roma fra musiche e acclamazioni, col passo di una danza e la professione di fede pederastica. Da imperatore si comporta da libertario irriverente; nella prima riunione coi grandi dello stato, i nobili, i senatori e i legislatori chiede loro se anch'essi hanno praticato la sodomia, quindi caccia dal Senato gli uomini e mette le donne al loro posto: che tocchi a loro, generatrici di vita, fare le leggi. Sfida ogni pudore nelle assemblee e di fronte al popolo, si veste sovente da prostituta e si presenta alle porte dei templi degli dèi romani, fa eleggere un ballerino a capo della guardia pretoriana: sono tutte provocazioni, atte a confermare il suo spregio per l'ordine precostituito, la sua convinzione che la debolezza sia in realtà forza, che sia da irridere la pretesa di grandezza dei vecchi monarchi romani.
Eliogabalo continua la sua impresa di de-moralizzazione della società in cui vive, di degradazione dei valori, così quando attribuisce le cariche a seconda della dimensione del membro dei propri ministri, così quando trasforma l'oscenità in abitudine.
Capace di grandi crudeltà, di castrare i parassiti di palazzo, di uccidere il precettore che gli rimproverava gli eccessi, è altresì organizzatore di feste continue, di pièces teatrali a palazzo, ove introduce la poesia, tramite rappresentazioni al naturale della favola di Venere e Paride. Gli si riconosce anche una grande liberalità verso il popolo, col quale piange le miserie, attraversando i mercati e le strade. Del resto il popolo non è mai sfiorato dalla sua tirannia sanguinaria; sono gli aristocratici, i pederasti della sua corte ad esserne colpiti, alla pari di altre rivoluzioni di palazzo. Infatti, pur essendo questo lavoro di distruzione sistematica sotto gli occhi di tutti, nessuno mai protesta platealmente. Eliogabalo si sposa tre volte, anche in tal caso sfidando le convenzioni, visto che una delle sue mogli è la prima vestale (colei che è guardiana del fuoco sacro), con un intento blasfemo e sacrilego, rimproveratogli dagli storici del tempo. E passa di moglie in moglie, di vestito in vestito, di festa in festa, di cocchiere in cocchiere con quell'«insaziabile febbre dello spirito, di un'anima assetata di emozioni» come dice Artaud. Sotto il suo regno, nessuna guerra.
Ma ormai tutto in lui è troppo, e l'eccesso comincia ad essere mal digerito.
Le trame della zia Giulia Mamea si dipanano, il cugino Alessandro Severo viene imposto ad Eliogabalo e lui accetta, sia pur malvolentieri, di adottarlo ed istruirlo. Ma presto cresce la consapevolezza di una scelta: o salvarsi, eliminando lui, o lasciargli campo libero. Eliogabalo cerca la salvezza; i tentativi per uccidere il cugino falliscono, la polizia di palazzo – sobillata da Giulia Mamea – è ormai contro Eliogabalo. Giunge così la morte, e una morte atroce per lui e sua madre, all'ennesima tentata aggressione a Alessandro Severo. Inseguiti nella notte dell'agguato, è l'11 marzo 222, vengono acciuffati: Eliogabalo è finito, nel tentativo di fuga, dentro le pozze delle latrine, fra gli escrementi e la melma. «È una scena da macello, uno scempio ripugnante, un antico quadro da mattatoio» con i cadaveri poi trascinati attraverso la città, fra le urla dei patrizi e della folla che li vorrebbe gettare nelle fogne. Finiranno, invece, abbandonati nel Tevere, dopo i tentativi truculenti di farli passare per le fogne.
«Così finisce Eliogabalo» Artaud in chiusura del libro «senza epitaffio e senza tomba, ma con dei funerali atroci. È morto vilmente, ma in stato d'aperta ribellione; e una simile vita, coronata da una tale morte, non ha bisogno, mi pare, di conclusione».


a cura di Annagloria Del Piano

martedì 23 aprile 2013

La Caduta Nel Tempo Di Emil Cioran - Recensione


Tessere una trama logica del testo di Cioran sembra essere assolutamente contrario a quello spirito apolide che lo scrittore rumeno non disdegnava di far emergere in ogni scritto: proprio di nessuna metafisica, dunque, a rigore, di nessuna logica. L’opera ne sembra investita da antinomie irriducibili, che solo nella comprensione del libro come percorso di patimento e angoscia possono “svelarsi”, o almeno mostrare la loro autenticità. Non a caso Cioran stesso in un’intervista con François Bondy disse di non aver mai scritto se non in preda a cafard, termine francese forse intraducibile designante quella noia derivante non dall’assenza di un’occupazione, ma dall’esperienza del non senso, del vuoto dell’universo e della vita in esso contenuta (cfr. Emil Cioran, Un Apolide metafisico. Conversazioni, Adelphi, p.14).

È una strana ragione quella per la quale la natura ha dispensato alcune anime dal tormento del pensare la morte. Il problema non è che i più non sappiano di morire, piuttosto quello che soltanto in alcuni tale sapere si trasformi in coscienza piena e raggiunga quel grado di consapevolezza terribile, opprimente, soffocante. È d’altra parte innegabile che tale consapevolezza diventi peculiare soltanto negli esseri, in qualche forma, “pensanti”, da cui segue che gli animi dispensati dal pensare la morte non siano pensanti. Che i più non siano pensanti.
Questo denso e breve “saggio” di Cioran mi pare essere un costante affronto sulla dignità del sapere e sulla volgarità dell’ignoranza. Intendiamoci: del sapere sé, non del sapere altro.
L’inquietudine prima da cui prende le mosse il testo si svela in tutta la sua irruenza nel primo rigo: «Non è bene che l’uomo si ricordi a ogni istante di essere uomo» e procede con una rilettura, non laica né atea ma interamente presente nell’ottica del pensiero cristiano, della creazione, in particolar modo del luogo occupato dall’uomo, del suo essere stato voluto da Dio a sua immagine e somiglianza nel Paradiso celeste, spazio per ogni beatitudine. È come se – per Cioran – una pesante maledizione si fosse abbattuta sul nostro antico progenitore Adamo, giacché, allettato dal conoscere, si volse verso l’Albero della vita, infrangendo l’ordine divino «con un’infedeltà al dono dell’ignoranza che il Creatore ci aveva elargito» (p.13). Dio – restando a Cioran – non era il sadico creatore di un animale ignorante, piuttosto aveva preservato l’uomo dal sapere e dal sapersi, dispensato non solo dalla morte ma dal sapere la morte. Aveva donato a questo bizzarro essere la possibilità di pascersi nell’ozio, di non pensarsi: era Dio il suo custode. Dio. L’errore divino fu fare l’uomo non una creatura al pari delle altre, ma un compagno, un essere che potesse avere qualcosa di simile al creatore: come il Demiurgo, non potendo imitare l’immobilità eterna delle idee, creò il tempo, così Dio, non potendo creare un altro sé (due infiniti non si sarebbero definiti vicendevolmente?), creò un essere eterno la cui massima aspirazione era la conoscenza. Ma per un avventuriero, per un esule, per un nomade, per un disadattato, la felicità non poteva coincidere con la stasi e la permanenza, bensì col mutamento. L’eterno e continuo divenire delle cose. All’uomo non interessava l’immortalità, tutt’altro: voleva morire perché nella morte sapeva risiedere il mutamento. È come se Dio, l’Onnipotenza, avesse innestato nella sua creatura una luce funesta: l’aspirazione al sapere, il baratro dell’Inquietudine. La condanna divina alla trasgressione umana non fu la caduta nel tempo, ma l’aver fatto dell’uomo un individuo:

«Non appena l’uomo, separato dal Creatore e dal creato, divenne individuo, vale a dire frattura e incrinatura dell’essere […] seppe di essere mortale, il suo orgoglio si accrebbe, non meno che il suo smarrimento. Moriva finalmente a modo suo, ma moriva del tutto, e questo lo umiliava» (p.15).

L’individuo non è – secondo Cioran – la magnificenza dell’essere: ne è la sua incrinatura, la sua distorsione. Non solo percepiamo il “fatto bruto” di esistere, ma perfino di essere uomini, contro il sonno beato delle cose. A ragione Cioran – confrontando l’uomo con Dio – può dire che l’umano, come individuo, è il grande transfuga dell’essere, colui che ha «disertato le proprie origini, barattato l’eternità con il divenire» (p.18).
Come è chiaro, si è ben lontani da una banale forma di pessimismo sulla vita: se gli individui «meritano il loro tormento per aver cercato un tema torturante [il senso delle cose]» (p.27), incapaci di pensare altro fuori dalla morte, ossessionati e oppressi, non bisognerebbe dimenticare che per Cioran «non si è mai tanto uomini come quanto ci si rammarica di esserlo». Non è quel vecchio detto elevato a credo filosofico per cui pensare la morte equivarrebbe a esorcizzarla, trasformare la paura primitiva in antidoto. Piuttosto una sorta di rivalsa dell’individuo che sa di dover morire, un fare della morte non un altro da sé ma un se stesso. L’anomalia non è la morte ma la vita: non è l’essere a comprendere in sé il non essere, piuttosto il non essere a comprendere in sé quella parte anomale che l’essere rappresenta. La morte è la vita stessa: è la dimensione entro la quale gravitiamo, l’ombra che si nasconde dietro ogni parvenza, giacché tutto è parvenza.
Dimenticare che siamo per non esserci è aprire il problema metafisico dell’immortalità, negare ciò che siamo, ossia i militanti del non essere, coloro che hanno preferito dissertare l’essere piuttosto che scendervi a compromessi.

Resta dopotutto da capire come Cioran intenda il sapere: «non è bello indugiare sotto l’Albero della conoscenza» (p.126), «guai a coloro che sanno di respirare» (p.27), «percepiamo l’anomalia del fatto bruto di esistere» (p.11) e al contempo «non si è mai tanto uomini come quanto ci si rammarica di esserlo» (p.27). Eravamo fatti per godere dell’ambrosia celeste, déi minori, in un certo senso. Si è preferito il tormento: ne scontiamo la pena, precipitati nel tempo.

La conoscenza di sé si paga sempre troppo cara. Come d’altronde la conoscenza in genere. Quando l’uomo ne avrà raggiunto il fondo, non accetterà più di vivere. In un universo spiegato, nulla potrebbe avere ancora un senso, tranne la follia. Una cosa che sia stata sviscerata in profondità perde ogni importanza.Decisamente, non è bello.

a cura di I.R.

sabato 20 aprile 2013

La Nascita Della Tragedia di Friedrich Nietzsche - Recensione


Questa è la prima opera pubblicata dal filosofo che forse più di ogni altro continua ad animare il dibattito culturale odierno: un breve saggio estremamente denso di riflessioni e spunti che preannunciano già tutta l’evoluzione futura del pensiero di F.Nietzsche. Una pubblicazione sofferta, tuttavia, perché lui stesso sapeva che il mondo accademico avrebbe reagito con aspre critiche alla sua proposta di una nuova “scienza estetica”.
“Scienza estetica” è il suo nuovo modo di osservare i fenomeni e la vita, arte compresa; un modo razionale e intuitivo al tempo stesso, che va “oltre” la sola logica della ragione, lasciando spazio anche a quella percezione intuitiva che è capace di creare dall’emozione dell’istante sempre nuove “metafore” e nuove “rappresentazioni”. Esattamente come aveva saputo fare il mondo greco nella sua creazione più significativa: la tragedia. In essa Nietzsche scorge il gioco incessante dei due fratelli,Dioniso e Apollo, ora divenuti nemici, rappresentanti di due dimensioni insopprimibili dell’essere (dell’uomo): da un lato, l’immediatezza dell’impulso, con tutta la sua forza originaria, e, dall’altro, la capacità di tradurre quella forza in un’immagine, di darle un nome, arginarla e infine governarla. C. G. Jung, fondatore della psicologia analitica, che a Nietzsche è profondamente debitore, parlava di istinto e riflessione, intesa quest’ultima a sua volta come un istinto, ossia la capacità tipicamente umana di frenare l’impulso e deviarlo in una rappresentazione. Così nasceva secondo Nietzsche la tragedia, così nasce secondo Jung la vita psichica dell’uomo e la sua possibilità di coscienza.
Formulando la sua ipotesi sulla “nascita della tragedia dallo spirito della musica”, in realtà Nietzscheponeva già allora il problema fondamentale del soggetto, che avrà nell’übermensch (letteralmenteoltreuomo) il suo esito finale.
Nietzsche, come Carl Gustav Jung, ha individuato nello squilibrio tra le due forze, nella disarmonia prodotta dalla tracotanza (hybris) del pensiero razionale astratto, lo “stato di malattia” che affliggeva il suo tempo, e che era iniziato con quell’illusione di onnipotenza che Nietzsche chiamava “socratismo”: l’aver perso il contatto con la forza creatrice originaria, aver dimenticato che ogni idea astratta è il “residuo di una metafora”, aver quindi perso la capacità di creare metafore. Potremmo dire con Jung che Nietzsche aveva chiaramente intuito che anche le funzioni superiori della nostra coscienza, quando sono sorrette e bloccate da un atteggiamento unilaterale, possono perdere vitalità e ridiventare inconsce come qualunque altro automatismo: questa è la morte della visione tragica dei Greci.
Ecco allora, come un’apparizione, l’immagine di “Socrate musicista”, che Nietzsche propone come cura di quella malattia: una figura percorsa da ambiguità, ibrida, che non rinvia al soggetto riunificato e pacificato della dialettica classica, perché Nietzsche è gia “oltre” la dialettica; il suo soggetto è e rimane plurale, un crocevia di contraddizioni irrisolvibili, capace di rinunciare al regime di “verità” in cui si colloca l’idealismo socratico-platonico-cristiano per il quale, direbbe Galimberti, gli uomini non hanno mai veramente abitato il loro mondo,  definito di volta in volta dalle parole di verità, divenute “dure come sassi”, del mito, della religione e della filosofia. Non troviamo qui la nostalgia di un passato edenico, di un originario “stato di natura” di rousseauiana memoria, perché, chiarisce Vattimo in un saggio su Nietzsche, “non si dà alcuna attività metaforizzante che sia sottratta al gioco delle forze; […] sia le metafore, sia il soggetto che in esse si esprime, si costituiscono già-sempre in un gioco interpretativo complesso”. Socrate musicista, forse già oltre uomo, è dunque colui che non teme di riconoscere e accettare la pluralità costitutiva che lo contraddistingue e le “interpretazioni infinite” che il mondo racchiude in sé

a cura di I.R.

mercoledì 27 marzo 2013

Io Non Volevo Nascere di Pietro Melis - recensione

Io non volevo nascere del professore Pietro Melis è una dissertazione filosofica complessa ma allo stesso tempo affascinante, sulla nascita, l’esistenza e la morte. Non è facile parlarne cercando di rivelare i concetti chiari che l’autore vuole mettere in evidenza, poiché il libro, in cui spesso ci sono riferimenti autobiografici, sembra toccare tutti gli angoli dell’esistenza senza tralasciare nulla.
Questi concetti esistenziali vengono analizzati utilizzando tutti i mezzi possibili che l’intelletto ci fornisce, attraverso quindi la filosofia, la scienza, il pensiero personale e la storia. L’autore in questo riesce magistralmente a fondere tutti gli elementi per darci un quadro completo della sua visione, che è molto simile a L’urlo di Munch che appare in copertina.

Lo scrittore, soprattutto nella prima parte del suo libro, quella in cui ci introduce nella sua mente, continua a ripetere la frase Io non volevo nascere perché ha il terrore della morte e perché amando la vita avrebbe voluto evitare l’esperienza della morte.
Nel suo libro Pietro Melis guarda allo stesso concetto di vita e morte da più punti di vista, analizzando i pensieri di filosofi, scrittori e personaggi importanti nella storia per smontarli, quasi sempre, e mostrarci la sua visione dei fatti. In questi passaggi attuati dallo scrittore per spiegarci il suo punto di vista, non è facile seguire i suoi ragionamenti, soprattutto se non si ha molta dimestichezza con l’argomento. Bisogna avere almeno un’infarinatura generale di fisica, filosofia e scienza. È pur vero che chi non ha un bagaglio culturale arricchito di queste conoscenze non deciderà di leggere Io non volevo nascere o lo farà con la consapevolezza di doversi documentare man mano.
Io non volevo nascere è un libro di grande attualità poiché – seppur con non poche difficoltà da parte del lettore nell’accogliere tutte le riflessioni fatte nei secoli da pensatori, filosofi e fisici sugli argomenti trattati – alla fine si riesce a portare alla luce il proprio punto di vista, avendo avuto un ventaglio di teorie con cui confrontarsi.
Oltre quest’analisi che appare senza risposte sul mondo e sulla vita, lo scrittore Pietro Melis ci immerge nella sua esistenza raccontandoci del suo passato, coinvolgendoci in aneddoti personali in cui è possibile conoscere da vicino l’uomo che viene prima del professore.
Io non volevo nascere è un libro che parte da alcune domande fondamentali sull’esistenza, in cui lo scrittore spesso contrappone il proprio pensiero a quello di molti filosofi motivando le sue parole. Sicuramente alla fine del libro il lettore non conoscerà le risposte esatte, ma avrà più chiari molti concetti e più dubbi sulla vita e la morte, ma avrà forgiato con maggiore precisione la propria idea sull’esistenza.

a cura di D.F.